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Lo speziale nel XIII secolo

Speziale - Sloane 1977 - f. 49v - British Library

Lo speziale rappresenta una delle figure professionali sanitarie più complesse del Medioevo. Il suo ruolo si delinea nel corso dei secoli: da semplice mercante di species (merce rara, spezie), a “rizotomo” o raccoglitore e conservatore di piante officinali, fino a confectionarius, esperto nella preparazione di rimedi fitoterapici e farmaceutici.

Le competenze necessarie per svolgere questa professione riguardavano la conoscenza dei medicamenti semplici di origine minerale, vegetale o animale; la conoscenza della migliore “elezione”, ovvero le caratteristiche organolettiche dei medicamenti semplici per poterne trarre le migliori proprietà terapeutiche; ed infine la loro raccolta, conservazione e “composizione”, ossia l’arte di miscelare i medicamenti semplici per ottenere i medicinali “composti”.

Le preparazioni esistenti erano cataplasmi, sciroppi, trocisci (forma arcaica delle odierne compresse), supposte, unguenti, infusi e decotti. Nonostante la professione dello speziale si svolgesse con autonomia agli inizi dell’anno mille, successivamente a partire dal XIII secolo questa condizione venne revertita.

Nel 1231 l’imperatore Federico II di Svevia promulga le Costituzioni di Melfi o Constitutiones o Liber Augustalis all’interno delle quali viene per la prima volta regolamentato con puntualità l’esercizio della professione medica e, di conseguenza, anche quella dello speziale.
Iniziano ad essere definiti i rapporti tra medici e speziali vietando loro ogni forma di associazione (“non contrahat societatem cum confectionariis”) per evitare conflitti di interesse e inutili danni ai pazienti. Ai medici era proibito possedere una propria bottega ma potevano denunciare il confectionarius se reputavano errato lo svolgimento delle sue mansioni professionali.
Gli speziali, invece, costretti da giuramento, erano obbligati a preparare i medicamenti seguendo le disposizioni degli esponenti della Scuola medica Salernitana e dovevano osservare precise norme anche riguardo i propri compensi (“tre tarì per oncia per i medicamenti semplici e di scadenza entro un anno, fino a sei tarì per tutti gli altri o che scadessero oltre l’anno di preparazione”).

Durante il XIII secolo, si poteva vantare di un’ampia produzione scientifica a testimonianza della conoscenza fitoterapica, tra cui:

  • l’Antidotarium Nicholai, grande raccolta di preparazioni galeniche di Niccolò Salernitano volgarizzata in antidotariumtoscano durante il XIII secolo ed elevata a farmacopea ufficiale dall’imperatore Federico II;
  • il De Medicinis simplicibus o Circa Instans, la più importante opera di botanica officinale del Medioevo del maestro salernitano Matteo Plateario che contribuì ad ampliare la conoscenza geografica e terapeutica di oltre 500 piante;
  • il De Materia medica, risalente al I secolo d.C., ossia il trattato di medicina e botanica del medico Dioscoride costituito da 5 libri dove vennero catalogati tutti i principi terapeutici studiati e osservati durante i suoi viaggi come medico nelle legioni.

Sebbene la figura dello speziale fosse prevalentemente associata alla preparazione di prodotti terapeutici, nella sua bottega si trovavano anche veleni e antidoti agli stessi. Le sostanze velenose potevano essere di origine minerale, vegetale o animale e, molte di esse, somministrate con una giusta dose, a volte, potevano costituire un ottimo rimedio terapeutico.

In altre zone d’Italia, nella bottega dello speziale si vendevano anche profumi, essenze, candele, carta, inchiostro e colori. Qui si è scelto di ricostruire l’aspetto farmaceutico di questa professione, anche in ossequio alle linee guida delle Costitutiones in cui altri aspetti non sono menzionati.

Articolo a cura di Sara Alberti

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