Gli Abruzzesi di Federico II

Sotto l’imperatore e re di Sicilia Federico II di Svevia, furono diversi i personaggi della nostra regione, non tutti conosciuti dal grande pubblico, a partecipare agli eventi che segnarono il suo regno. Pensare l’Abruzzo fosse solo una “terra di contadini e di pastori”, estranei agli avvenimenti storici della prima metà del XIII secolo, è completamente errato.
Già dalla fine del XII secolo, molti personaggi abruzzesi occupavano posti di comando ai massimi vertici.

Tra i primi Gualtieri di Palearia, vescovo di Troia, divenuto cancelliere del regno (una sorta di primo ministro) e tutore del piccolo Federico II. Potentissimo, poi promosso a vescovo di Catania, coinvolto nei torbidi eventi durante la minore età di Federico, fu alla fine allontanato dal potere, finendo così i suoi giorni in esilio.
Discendeva da una famiglia originaria della conca peligna installata già dalla metà del 1100 nella Valle Siciliana (Castelli), e che proprio in quegli anni veniva proiettata tra le famiglie più potenti del regno con la concessione della contea di Manoppello. Il suo territorio si estendeva a macchia di leopardo (non esistevano domini feudali compatti) sul versante adriatico della nostra regione, da Castelli, fino al fiume Sangro.

Il Conte di Manoppello Gualtieri di Palearia, omonimo dell’arcivescovo, fu uno dei più fedeli seguaci di Federico II. Lo seguì in Terra Santa per la Sesta Crociata, dove morì suo fratello Bertario in una battaglia contro i Ciprioti. Al ritorno svolse molti incarichi, sempre ai massimi livelli: vicario imperiale nel regno di Arles, capitano generale dell’esercito del Regno di Sicilia nel 1247, fino alla difesa della marca di Ancona: nonostante fosse circondata da territori nemici, la difese con successo e respinse tutti gli attacchi delle forze guelfe. Fu fedele anche ai successori Corrado IV e Manfredi, resistendo a tutti i tentativi per farlo passare dalla parte guelfa.

Altro valido comandante fu Simone conte di Chieti, sebbene sia ignota la sua origine. Sicuro che avesse stretti rapporti con la città, visto che quando fu nominato podestà di Vicenza, fu seguito dal giudice Cipriano da Theate. Se non avesse avuto un minimo di rapporti con il capoluogo teatino non si spiegherebbe altrimenti una simile presenza. Tra le sue imprese ricordiamo il soccorso di Ravenna assediata, e l’essere stato comandante delle truppe assediate a Viterbo per oltre un anno, durante il quale resistette ai Viterbesi mentre l’imperatore cercava di rompere invano l’accerchiamento dall’esterno.

Ricordiamo anche il conte di Celano Pietro Berardi, che riuscì ad ottenere grande potere nell’anarchia dei primi dieci anni del Duecento, essendo ancore minorenne Federico II. Un esempio fu il fatto che a lui, e al conte di Loreto Berardo I Gentile (altro Abruzzese), fosse affidato il recupero del piccolo Federico dalla regina Costanza. Riuscì quasi nell’intento di creare un dominio indipendente lungo la dorsale appenninica, con mire sul Sannio e la Campania (Capua).

L’imperatore trovò anche nemici in Abruzzo, spesso temibili: per primo il conte Tommaso Berardi di Celano, signore di tutta la Marsica e del Molise interno, che fu battuto dopo tre anni di guerra nel 1223, con la deportazione dei Celanesi prima in Sicilia e poi a Malta. Poi i signori di Poppleto (Coppito, AQ) che gli si ribellarono nel 1228. Per finire con i ribelli di Città Sant’Angelo, che nel 1239 tentarono di liberarsi dal giogo con cui Federico opprimeva le città (con la pesante politica fiscale e il divieto di eleggere magistrati propri). Vennero brutalmente puniti dal giustiziere d’AbruzzoBoamondo Pissono, che all’epoca fungeva in un certo modo da governatore regionale. Verso la fine del suo regno buona parte della la regione viene infeudata a suoi figli naturali (Riccardo conte di Chieti, Federico d’Antiochia conte di Albe),mentre nel 1241 l’mperatore soggiornerà per tutta l’estate ad Avezzano per sovrintendere a lavori di pulitura dei canali romani di deflusso delle acque del lago Fucino.

Se l’Abruzzo non è stato la pupilla dei sui occhi come la Capitanata, di certo non è stata una regione priva di attenzioni, parte integrante e integrata di quella particolare costruzione politica ed etnica che era il Regno di Sicilia.

Articolo a cura di Silvio Luciani

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