Banco del tintore

Il banco del tintore si prefigge di ricostruire una piccola tintoria dell’Abruzzo del XIII secolo, utilizzando le materie presenti all’epoca nel bacino Mediterraneo.

Stando a ciò che si ricava dalle non abbondanti fonti per il periodo e per la nostra particolare area geografica, principalmente si fa riferimento agli statuti dei tintori veneziani del XIII secolo (utilizzati per i contatti commerciali veneziani con Ortona), a trattati come l’opera del fiorentino Pegolotti sul commercio (tarda ma che fotografa una situazione comparabile) o all’”Antidotarium Nicholai”, manuale per confezionare farmaci ma che contiene anche i nomi di piante tintorie.
Le materie prime coloranti vengono ricavate per la maggior parte da vegetali e fissate con diversi agenti chimici (mordenti). Le piante sono sia di origine locale (robbia, edera, reseda, guado, mallo di noce) che d’ importazione (legno del brasile e curcuma dall’Oriente, henné dal Nord Africa).
I mordenti rispondono a questa grossolana classificazione: allume, un sale di potassio ricavato dalle miniere dell’odierna Turchia, galle di quercia e radici di rovo delle more per il tannino, tartaro ricavato dalla posa della vinificazione e solfato di ferro, questi ultimi reperibili pressoché ovunque.

Ognuno di questi ha un determinato effetto sui colori: l’allume li vivifica; i tannini, al contrario, li scuriscono. Alterando la porosità delle fibre, i mordenti influiscono anche sul fissaggio : le tinte sono più resistenti con l’allume, meno con gli altri, che comunque se usati bene garantiscono buoni risultati.

Per ora, a livello di supporti, ci siamo limitati al filato di lana, in futuro cercheremo di orientarci verso una più storica tintura su panno.

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